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La Morte di Peppino un eroe…


E dunque è il nove di maggio, un altro nove di maggio. 31 anni sono passati da quando brandelli di carne umana furono ritrovati su un binario, in località “Feudo”, a pochi chilometri da Cinisi. Era un’ora prima dell’alba. I carabinieri fanno rapporto e scrivono: “verbale di sopralluogo effettuato in località “Feudo”, agro di Cinisi, (PA), ove sono stati rinvenuti i frammenti del cadavere di Impastato Giuseppe …, celibe, studente universitario f.c. [leggasi fuori corso] , nullafacente.” verbale viene redatto dal Maresciallo Alfonso Travali. Partecipano al sopralluogo il Maggiore Antonio Subranni (diventerà generale e capo dei ROS) e il Maggiore Tito Baldo Honorati (diventerà anche lui Generale). Nella sentenza di condanna all’ergastolo di Badalamenti Gaetano detto “Tano Seduto” come mandante dell’omicidio di Peppino, viene più volte richiamato il fatto che “per anni, da parte delle forze dell’ordine e della magistratura si è assistito ad una opera di vero e proprio depistaggio.” Tano Badalamenti non è mai stato estradato dagli Stati Uniti per essere interrogato ed è morto in carcere il 29 aprile del 2004. 31 anni sono passati da quando, in via Caetani, fu ritrovata la Renault 4 rossa con dentro il corpo dell’On.le Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, rapito cinquantacinque giorni prima dalle Brigate Rosse. Su Peppino Impastato è stata raggiunta una verità giudiziaria, il braccio che simulò il “suicidio” o l’incidente fu Vito Palazzolo e il mandante fu Tano Badalamenti. Perché Peppino dava fastidio a zu’ Tanu e al coacervo di interessi politico-affaristici-mafiosi che intorno a lui si era messo a ruotare. Peppino fu ucciso e i carabinieri e il Pretore tentarono di far passare il fatto come conseguenza di un attentato suicida che Peppino Impastato doveva compiere. Rimangono alcune domande insolute, il “brigadiere che cercava la chiave” come si chiamava? E come sapeva che bisognava cercare quella chiave? E come mai un corpo maciullato e sparso in trecento metri quadrati da “4-6 chili di esplosivo da cava” lascia la chiave perfettamente pulita e a tre metri di distanza dal cratere? E, soprattutto, quale meccanismo fa in modo che nessuno faccia queste domande e rende fulgida carriera a dipendenti dello stato così poco arguti oppure infedeli?
Molte di più sono le domande su Moro, tante di più. Quattro processi, Commissioni Parlamentari, autorevoli scrittori, autorevolissimi investigatori hanno scritto molto, moltissimo. Ma molto, moltissimo rimane da esplorare. Manlio Castronuovo, giovane autore brindisino, ha fatto un buon lavoro, un libro che si chiama Vuoto a perdere, ne parliamo alle 18 in via Colonne a Brindisi, nel ciclo sugli anni ’70. Un lavoro preciso e certosino, con alcune novità di carattere metodologico e di contenuto. Un lavoro arguto. Ho scoperto che Manlio ha seguito lo stesso mio corso di studi, è più giovane di molto, ma credo che la formazione pesi e nella metodologia e nella forma mentis. Certo ognuno di noi ha le sue fisse. Manlio ha quella della “oggettività” come io ho quella della mappa concettuale, della esplorazione di ogni dendrite, anche la più trascurabile, fino a che non capisco a quale assone si collega. Un brain based system e dall’altra parte un social based system. Differenze di età. Ne vedremo delle belle però. Certo che Manlio la racconta giusta, io credo, ma non la racconta tutta, io credo. E tra tutte le domande ve ne è una alla quale, ad oggi, ci sono talmente tante risposte diverse da renderle tutte vane: perché è stato rapito e ucciso Aldo Moro? Ci proveremo a rispondere seguendo una logica ferrea e fatti concreti, reali e misurabili, ovunque e da chiunque. Sento che Manlio condivide il plus della concretezza al melius della narrazione. 31 anni dopo, chissà se unendo una brillante giovantù con una antica esperienza non si possa aggiungere un piccolo tassello alla storia delle seconde repubbliche, che quel nove maggio, al Feudo di Cinisi e a via Caetani vedono la luce. Due repubbliche gemelle, come Caino e Abele, delle quali una soltanto poteva sopravvivere …
Pino De Luca

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