Un libro da leggere ” Ternitti ” di Mario De Siati
mercoledì, 13 luglio 2011
In Ternitti, di Mario Desiati, si respira il profumo del Salento intriso della nostalgia magica di chi lo vive da lontano. Ma si avverte anche qualcosa in più: l’intento etico, l’afflato civile che hanno spinto l’autore a raccontare una storia antica, quella dell’emigrazione dei pugliesi nel nord Europa connessa a quella dei “morti d’amianto” che continua inesorabilmente a riempire le cronache. La vicenda prende inizio nel 1975, quando il padre di Mimì entra in casa portandosi addosso «l’odore della campagna che resta sui vestiti e che con l’umido si corrompe in un profumo di ciliegia appassita» annunciando lapidario: «Domani è l’ultimo giorno di scuola, partiamo per la Svizzera». E termina ai nostri giorni, seguendo l’adolescenza della protagonista nella «casa di vetro», a Zurigo, dove «era il freddo delle cose il più duro da sopportare» fino al ritorno nel Salento. Ternitti è la storpiatura di “eternit” – ma in dialetto salentino significa anche “tetti” (a indicare, attraverso una sineddoche, il materiale con cui questi ultimi venivano fabbricati) – e significativamente la vicenda ha il suo epilogo sui tetti di una piccola fabbrica del Sud che minaccia la chiusura. In mezzo e sullo sfondo, in un intreccio di “vero storico” e “vero poetico”, ci sono 36 anni di storia italiana. Dalla presenza discreta di don Tonino Bello, che qui rivive nei ricordi della sua Tricase, alla strage di Bologna, che entra di prepotenza nella realtà di un emigrante come tanti che «non arrivò mai a destinazione. Era il 2 agosto 1980 e il treno si trovò nel punto più sbagliato che la storia potesse prevedere». Ternitti è un romanzo corale e collettivo in cui Amore e Morte sono coprotagoniste e spesso si scambiano i ruoli, giacché col passare del tempo, al ritorno dalla Svizzera, cominciano a manifestarsi i primi sintomi dovuti alla respirazione passiva d’amianto. Gli uomini cadono uno ad uno, come foglie, colpiti dall’asbestosi e dal mesotelioma pleurico. E si ammalano anche le donne che lavando, giorno dopo giorno, le tute da lavoro di mariti, figli, fratelli hanno ingurgitato fibre sottilissime della sostanza. A sottolineare la “normalità” della morte, pur in un contesto di ingiustizia, vi è il rito della Parmasia, un gesto di estrema tenerezza che le donne compiono preparando per il defunto un cesto pieno di cibo e oggetti simbolici che possano accompagnarlo nel suo viaggio. Rosanna lo insegna alla figlia Mimì e lei a sua volta ad Arianna, in una sorta di trasmissione del sapere al femminile. Del resto, tutto il romanzo è “femminile”, i maschi restano sullo sfondo. A emergere sono loro, le donne del Sud, e tra tutte l’indomita Mimì, archetipo di una generazione di donne in bilico tra modernità e tradizione.
Finalista al Premio Strega 2011, Desiati mostra grande padronanza della scrittura che però, a tratti, appare fredda, costruita, e finisce per allontanare il lettore da una vicenda che al contrario trasuda passione. Di grande potenza nel descrivere le fatiche, le umiliazioni, le speranze di chi, strappato al calore della propria terra, cerca un riscatto nel lavoro, il romanzo sembra perdere efficacia quando la storia si sposta nella terra natia. In soccorso viene il dialetto, che è lingua viva e che, come lo stesso Desiati ha efficacemente spiegato in una recente intervista, «sa piegare le parole e allargare i significati». Ma non basta. In definitiva un romanzo ambizioso, che ci restituisce l’immagine di un Salento che vuole lasciarsi alle spalle gli stereotipi, un Salento fatto di mare, sole, muretti a secco e “iusi bianchi” ma anche di sudore, di lavoro che non c’era e non c’è, un lavoro che dà da mangiare e da morire. Mario Desiati (1977) è cresciuto a Martina Franca e vive a Roma. Ha pubblicato la raccolta di poesie Le luci gialle della contraerea (Lietocolle, 2004) ed è fra i poeti rappresentati nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Come narratore ha esordito nel 2003 con Neppure quando è notte (peQuod), ha pubblicato in seguito Vita precaria e amore eterno (Mondadori, 2006), Il paese delle spose infelici (2008) e ha curato l’antologia A occhi aperti (2008). Dal 2008 è direttore editoriale di Fandango Libri. Il romanzo di Desiati ha due grandi protagonisti: la fabbrica svizzera di eternit e la storia tragica e poco raccontata degli emigrati italiani. Attraverso questa storia rivisitiamo la vicenda dolorosa del nostro paese: le morti bianche, le condizioni di precarietà e di miseria in cui i nostri emigranti vissero per decenni, le condizioni sociali che lentamente mutano, il sud che da luogo di emigranti diventa oggi punto di aggregazione di industrie e di turismo, di rivendicazione sociale e politica, pur conservando la tradizione secolare di feste religiose, sagre paesane, rapporto con il mare e la terra. Simbolo di tutta questa narrazione resta il personaggio ben costruito di Mimì, che parla l’italiano e il dialetto salentino, simbolo di tradizione e modernità, di sottomissione e libertà: “ E’ nell’infanzia che si maturano certi poteri, quando si cresce solitari. Mimì i suoi poteri li aveva sviluppati da bambina, quando per interi pomeriggi si esercitava a parlare con la natura e immaginare un mondo sconfinato e benigno di cui lei era parte… ”
Non ci sono ancora commenti per questa notizia
Puoi lasciare un commento, sottoscrivere il feed RSS o inviare un trackback.














