Costituzione art. 110, da lì partono i guai della giustizia in Italia
mercoledì, 25 gennaio 2012
Caro Direttore, se mi permette, vorrei proporre qualche riflessione sul tema della giustizia, ma non solo.
Costituzione. Art. 110. Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. A mio modesto parere, tutti i mali della giustizia partono da questa norma e, in particolare, dall’ultima parte, che demanda al ministro della Giustizia, e dunque al potere esecutivo, e dunque alla politica, il compito di tenere i cordoni della borsa che fa funzionare (?) la giustizia. Noi sappiamo che ogni sistema democratico moderno poggia sul principio della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma sappiamo anche che questa separazione non è netta come dovrebbe. La norma costituzionale citata lo sta a testimoniare. Se, tuttavia, si può comprendere che ci sia un collegamento tra il potere legislativo e quello esecutivo, non si capisce, da un punto di vista sia logico che sistematico, anche interno alla Costituzione stessa, quale possa essere il motivo per cui essa, dopo aver stabilito, ribadito e sottolineato e apprestato tutti gli altri strumenti normativi ( vedi gli articoli che precedono il 110 e che qui non è la sede appropriata per citare ) per assicurare l’indipendenza della funzione giurisdizionale rispetto agli altri poteri, non abbia poi con sequenzialmente optato anche per l’indipendenza finanziaria. Preso, dunque, dalla curiosità, sono andato a rivedermi i verbali dei lavori preparatori, nei quali ho trovato che nella seduta del 5 dic. 1946 della Seconda Sottocommissione il relatore (il grande giurista Calamandrei) poneva, in effetti, il problema della indipendenza “assoluta” (quindi, anche finanziaria), concludendo per la sua esclusione, poiché riteneva che “In un momento particolarmente delicato come l’attuale, in un regime che, essendo sorto da poco e dovendo consolidarsi in un certo numero di anni, ha bisogno della assoluta fedeltà di tutti i suoi organi, potrebbe essere pericoloso riconoscere alla magistratura un’autonomia assoluta, quando sulla fedeltà del corpo giudiziario alla Repubblica possono ancora nutrirsi dei dubbi”. E certo, considerando il contesto storico e sociale ( non dimentichiamo che al referendum la Repubblica vinse, ma molto di misura ) in cui i costituenti operavano, la preoccupazione del Calamandrei aveva un fondamento. Oggi, però, che siamo lontani più di 65 anni, credo che ci possiamo permettere di pensare, che quelle preoccupazioni più non sussistano. Personalmente, anzi, dopo circa trent’anni di esperienza nel settore, mi sono fatto una mia convinzione: che la politica, almeno nella sua gran parte, non voglia far funzionare la giustizia per il semplice motivo che meglio essa funziona, più intenso è il controllo sulle malefatte della politica. Se questo fosse vero, ci si può rendere conto degli stretti legami che intercorrono tra i vari aspetti dell’amministrazione della cosa pubblica. Ad esempio, è unanime convinzione, enunciata, peraltro, ai più alti livelli, che una delle cause per cui questo paese è poco appetibile per gli investimenti esteri, è il pessimo funzionamento della giustizia civile. Tanto che adesso ci si è inventati un altro “pannicello caldo”, quale ritengo sia l’istituzione del c.d. Tribunale delle imprese, il quale, a mio modesto avviso, sarà l’ennesimo fallimento di un tentativo che, come al solito, non affronta le radici del problema, che sono sempre le stesse, cioè la scarsità di risorse. Si potrebbe, dunque, concludere con la seguente riflessione: il benessere si è ridotto perché il lavoro scarseggia; il lavoro scarseggia perché c’è scarsa impresa; c’è scarsa impresa anche perché scarseggiano gli investitori esteri; gli investitori esteri scarseggiano anche perché la giustizia civile non funziona; la giustizia civile non funziona anche perché mancano le risorse necessarie; le risorse scarseggiano perché c’è una precisa volontà politica di farle scarseggiare. Soluzione: si modifichi la Costituzione e si dia al potere giudiziario quella “totale” indipendenza, anche finanziaria, che si è ritenuto di non assicurargli nel 1946 per i motivi che abbiamo visto e che ora non hanno ragione di esistere; si affidi al Parlamento, cioè ai rappresentanti del popolo sovrano, il solo potere di controllo sulla efficienza e sulla efficacia dell’amministrazione della giustizia. Ecco come con un intervento di aggiustamento normativo (quindi senza costi aggiuntivi), a questo punto, direi, dovuto, dato che sono venuti a mancare i motivi dell’attuale imperfetta indipendenza, si può contribuire a rimettere in carreggiata questo paese, incidendo contemporaneamente su diversi aspetti importantissimi del vivere civile.
Antonio Marra (cancelliere)
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